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22 ottobre 2008

Scheda libro: biografia dell’autore, trama divisa in capitoli, analisi personaggi, temi trattati e commento. Anteprima della scheda libro
Albert Camus (nasce il 7 novembre 1913 a Mondovì, Algeria – 1960 Villeblevin, Yonne muorì in un incidente automobilistico). Scrittore francese, nacque da famiglia francese residente in Algeria [...]

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Commenti

  1. Anonimo scrive:

    LA GUERRA D’ALGERIA – Nel cinquantenario del sanguinosa conflitto
    il ricordo della sconfitta continua a dividere profondamente la nazione

    NELL’INCONSCIO DEI FRANCESI
    LA FERITA DELL’IMPERO PERDUTO

    di MATTEO F. M. SOMMARUGA

    Nel cinquantenario della sanguinosa azione con cui ebbe inizio la guerra fra la Francia e il movimento indipendentista algerino, il ricordo di quel terribile conflitto continua a dividere profondamente gli animi di un’intera nazione. Mentre le vetrine delle librerie parigine si affollano di saggi e raccolte fotografiche sulla presenza francese in Nord Africa, i principali organi di informazione riportano la recentissima polemica scatenata dalla
    Manifesto dell’O.A.S.

    decisione del sindaco di Parigi Delanoe di dedicare, nel XII arrondissement, poco distante dalla Gare de Lyon, una piazza al 19 marzo del 1962. Ricorrenza dell’armistizio fra il governo francese e il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, ma, per le famiglie dei discendenti dei coloni europei e di altrettante centinaia di migliaia di islamici che, durante la guerra, si batterono per il vessillo tricolore, l’inizio di una lunga serie di massacri e ritorsioni.
    Nonostante la ferma risposta di Delanoe, egli stesso nato a Tunisi da una famiglia di immigranti francesi, per diverse associazioni di rimpatriati l’inaugurazione del monumento ha rappresentato, di fatto, la riapertura di antiche ferite mai guarite. Questioni che del resto non appartengono alla caparbia di gruppi oltranzisti, ma, essendo tuttora vive nella memoria di centinaia di migliaia di francesi, hanno spinto l’attuale Presidente della Repubblica, Jacques Chirac, a sostenere la legge che fissa per il 5 dicembre la giornata nazionale di commemorazione per i caduti della Guerra d’Algeria e nei combattimenti che, nei primi anni Cinquanta, accompagnarono l’affrancamento del Marocco e della Tunisia dall’autorità di Parigi.

    Il 5 dicembre del 2002 è stato inaugurato l’austero monumento che, eretto in quai Branly, sul longosenna, a poche centinaia di metri dalla Torre Eiffel, riconosce il sacrificio di quei morti e la data, non essendo legata a nessun altro avvenimento, offre il singolare pregio di non avere un particolare significato per nessuna delle parti in causa. A riprova di come gli echi del processo di decolonizzazione del Nord Africa siano tuttora oggetto di vivacissimi dibattiti parlamentari, la legge numero 99-882 del 18 ottobre del 1999 è la prima a riconoscere ufficialmente lo stato di guerra per le operazioni che, in Algeria, dal 1954 al 1962 provocarono centinaia di migliaia di vittime.
    Fino ad allora, almeno interpretando alla lettera gli atti ufficiali del governo parigino, si era infatti sostenuto che i caduti abbiano perso la vita nell’ambito di operazioni di polizia o di pacificazione di zone sfuggite al controllo dell’autorità civile. Se non l’uso sistematico della tortura inferto dalle truppe speciali francesi, o i sanguinari, e indiscriminati, atti terroristici di cui si macchiò l’F.L.N., contraddistinsero il conflitto in ambito militare, sul piano politico è improbabile che, nella storia umana, le parti in causa abbiano mai preso posizioni tanto ambigue. Del resto la politica giocò un ruolo fondamentale per l’intera durata del conflitto. Ben più decisivo delle fortune degli eserciti contendenti.

    Il bilancio della campagna militare sotto un profilo prettamente strategico si risolse a netto vantaggio della Francia, ma fu fra le strade di Orano e di Algeri, nei palazzi di Parigi, dove, fino al ritorno al potere di De Gaulle, qualunque gabinetto venisse costituito sembrava inesorabilmente arenarsi sulle spiagge del Nord Africa, e nelle capitali della diplomazia internazionale che si delinearono le sorti della moderna Algeria. Una terra cui, come l’Italia e la Germania alla conclusione della parabola napoleonica, il giogo francese sembra aver paradossalmente donato una precisa identità nazionale storicamente mai riscontrata. Lo stesso Ferhat Abbas, uno dei leader più influenti del Fronte di Liberazione Nazionale, al quale aderì solo nel 1955, aveva sostenuto, negli anni immediatamente precedenti alla Seconda Guerra Mondiale, di non essere riuscito a individuare l’esistenza di una nazione algerina, dopo aver esaminato attentamente la storia della propria terra.
    “Comunque sia, io non sarò mai disposto a morire per la nazione algerina, perché non esiste. Ho interrogato i vivi e i morti, ho visitato i cimiteri, nessuno me ne ha mai parlato”. Colonizzata dai Fenici e dai Cartaginesi, conquistata dai Romani e divenuta una delle più floride province dell’Impero, successivamente caduta nelle mani dei Vandali, dei Bizantini, degli Arabi di Cordoba, l’Algeria venne strappata dai Francesi agli Ottomani nel 1830, durante gli ultimi mesi di potere della dinastia borbonica.

    Carlo X vi era stato spinto in parte per puro calcolo politico, ansioso di dirigere oltremare l’inquietudine dei propri sudditi, in parte per porre fine alle frequenti operazioni di corsa perpetrate dai pirati nordafricani ai danni della marina mercantile europea. Il casus belli
    Messali Hadj, padre
    del nazionalismo algerinoj

    venne fornito dal Bey di Algeri in persona, il quale, durante una discussione, si infuriò al punto tale con il console francese da colpirlo al volto con uno scacciamosche, accompagnando il già poco diplomatico gesto con una serie di epiteti altrettanto estranei all’etichetta. L’autorità del Bey, una sorta di governatore la cui giurisdizione si estendeva senza una precisa definizione lungo le coste circostanti, benché nominalmente attribuita dall’Impero Ottomano, era in realtà del tutto indipendente.
    Più attento ai bisogni della pirateria, sulla quale da secoli si reggeva l’economia di buona parte del Nord Africa, non deve quindi apparire singolare che il Bey si permettesse di agire con tale disinvoltura nei riguardi di un rappresentante della monarchia francese. La dinastia borbonica ebbe però gioco facile a vendicare l’insulto, e, in poche settimane, il corpo di spedizione europeo portò a termine la conquista dell’intera regione. Si sarebbe però dovuti attendere più di quindici anni per ottenere la definitiva pacificazione dell’Algeria e, ancora a cavallo fra le due Guerre Mondiali, dopo oltre un secolo di occupazione, non furono rari i focolai di rivolta che richiesero l’intervento militare. Una svolta decisiva, per la futura storia del Nord Africa, si ebbe nel 1848, quando la Seconda Repubblica proclamò l’annessione dell’Algeria alla Francia.

    Un atto mai precedentemente tentato da alcuna nazione europea, e che, già nel corso del XIX secolo, fu causa di apprensione per quasi ogni capo di stato francese. I nuovi territori vennero suddivisi in tre dipartimenti, e, se la popolazione di origine europea venne sottoposta alle stesse leggi vigenti a Parigi, si preferì mantenere le popolazioni indigene sotto la giurisdizione della legge islamica. Solo alle comunità ebraiche, sul finire del 1800, venne concessa pari dignità a quelle dei pied noir. I coloni di origine europea, il cui nomignolo, secondo due tradizioni fra loro alternative, avrebbe avuto origine dalle lucide scarpe scure indossate dalle prime truppe di occupazione francese, oppure dall’idea, maturata nella Francia metropolitana, che gli europei in Nord Africa dovessero ritrovarsi con i piedi anneriti dal sole.
    Fra i pied noir, i cui discendenti costituiscono tuttora alcune delle associazioni più combattive sul panorama politico parigino, la componente francese costituiva solamente una larga minoranza, circa un quinto del totale. Molto più numerosi erano gli spagnoli, i maltesi e gli italiani, soprattutto delle regioni meridionali, emigrati in cerca di fortuna. Intorno al 1870 la popolazione algerina di origine europea contava oltre 200.000 mila abitanti, mentre gli islamici avevano nuovamente raggiunto la soglia di quattro milioni. Durante i primi decenni dell’occupazione francese, i nordafricani avevano infatti subito una lieve contrazione demografica.

    Proprio nel 1870, mentre Parigi veniva stretta dalla morsa prussiana, i pied noir, cui si stavano aggiungendo migliaia di alsaziani in fuga dalla dominazione tedesca, avevano ottenuto la possibilità di eleggere i propri rappresentanti all’Assemblea Nazionale e al Senato. Secondo un ordinamento amministrativo di fatto immutato fino al ritorno al potere di De Gaulle, l’Algeria veniva affidata alle cure di un governatore, nominato attraverso il Ministero degli Interni. Al di sotto del quale si trovavano i prefetti dei tre dipartimenti di Orano, Algeri e Constantine. Queste ultime aree, a tutti gli effetti dipartimenti francesi, avevano diritto alla scelta di un certo numero di deputati e senatori. Il meccanismo elettorale era però differente da quello del territorio metropolitano e, con gli anni, divenne con tutta probabilità la principale causa di attrito fra la popolazione algerina di origine europea e quella di religione islamica.
    Erano stati infatti istituiti due collegi, l’uno riservato ai coloni, agli ebrei e a una stretta cerchia di arabi evolué, ancora negli anni Cinquanta del XX secolo poche decine di migliaia, l’altro aperto al resto della cittadinanza. Nel 1946, ciascuno dei due collegi poteva inviare a Parigi otto senatori e quindici deputati, ma se il primo era composto da circa un milione di pied noir, oltre a qualche decina di migliaia fra ebrei e islamici, il secondo avrebbe dovuto rappresentare otto milioni di nordafricani.

    I quali erano oltretutto sottorappresentati nelle stesse amministrazioni comunali. Queste ultime divise nelle communes de plein exercice, dove il sindaco veniva scelto dalla cittadinanza, ma sempre attraverso un meccanismo fortemente sbilanciato a favore degli europei,
    Il generale Massu

    e dalle communes mixte, nelle quali il governatore generale sceglieva, fra gli arabi più devoti al tricolore e più autorevoli presso la popolazione, una sorta di governatore locale, il caid. Le communes de plein exercice venivano introdotte dove gli europei potevano contare su una relativa maggioranza, che alle volte, in villaggi e cittadine fondati e abitati quasi esclusivamente dai pied noir, era schiacciante, le communes mixte venivano invece applicate nei centri abitati quasi esclusivamente da islamici.
    Il sistema, pur efficace nei primi anni di vita, rivelò ben presto la propria debolezza quando, già agli inizi del XX secolo, e forse ancora prima, gli arabi iniziarono a chiedere l’affrancamento dalla legge islamica, che per molti costituiva una barriera al miglioramento delle proprie condizioni di vita piuttosto che una garanzia del rispetto delle tradizioni locali, e pari opportunità a quelle godute dai coloni. Soprattutto nei primi anni Venti, dopo che gli islamici d’Algeria avevano contribuito alla vittoria francese con oltre venticinquemila caduti su un totale di 173.000 veterani che avevano servito il tricolore. Più di una volta, fra il 1909 e il 1954, i gabinetti che si susseguirono a Parigi approntarono un tentativo di riforma, l’ultimo dei quali presentato dal Fronte Popolare di Leon Blum.

    I pied noir, come sempre era avvenuto in passato, si opposero però con tale vigore che il governo dovette abbandonare qualsiasi progetto in tale direzione. Violette, il deputato autore della bozza di riforma, la quale oltretutto si limitava alla concessione della piena cittadinanza a soli 25.000 su sei milioni di islamici, non nascose all’Assemblea Nazionale il timore che se alle popolazioni indigene dell’Algeria non fosse stata concessa la possibilità di identificarsi con la nazione francese, allora se ne sarebbero creata una propria. Una previsione che avrebbe tragicamente preso forma di lì a poco, con il più sanguinoso dei conflitti della storia della colonizzazione dell’Africa.
    Le prime avvisaglie di quello che sarebbe potuto accadere si concretizzarono, del tutto inaspettatamente, già alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. L’8 maggio del 1945, l’intera Francia celebrava il primo giorno di pace. L’orco nazista poteva dirsi definitivamente abbattuto e, nonostante all’orizzonte si delineasse la minaccia comunista, da Parigi ad Algeri la folla riempiva i grandi viali noncurante delle sfide del futuro. Solo nel distretto di Setif, una cittadina di non particolare importanza né economica né strategica, abitata prevalentemente da islamici, aleggiava una certa irrequietudine. Sui muri delle case in mattoni erano comparse alcune scritte inneggianti alla guerra santa contro gli infedeli, refrain comune a ogni movimento nazionalista che, nel corso degli anni, era insorto contro l’autorità europea in Nord Africa.

    Sembra che all’episodio potessero essere legate le misure adottate nei confronti di Messali Hadj, leader del Parti du Peuple Algérien, un movimento radicale che da tempo aveva cercato di indurre la popolazione locale alla rivolta. Hadj si trovava in quei giorni a Brazzaville, in una sorta di confino. Mentre dovunque si celebrava la fine della guerra, a Setif si preparava dunque un nuovo conflitto e, lo stesso 8 maggio, il prefetto locale, informato dalla polizia di quanto stava per accadere, scelse di revocare il permesso alla parata che si sarebbe dovuta concludere al monumento ai caduti. La popolazione locale disattese gli ordini dell’autorità civile e migliaia di uomini si radunarono nella piazza principale agitando il vessillo bianco e verde impugnato, oltre un secolo prima, dagli uomini di Abd-el-Kader, un capotribù che creò seri ostacoli all’affermazione dell’autorità francese in Algeria.
    Come spesso accade in queste circostanze, nacque uno scontro a fuoco fra la sparuta guarnigione di polizia, non più di brevi uomini e, in poche ore, la manifestazione degenerò in un massacro. Piccoli funzionari, commercianti, coltivatori, qualunque europeo che per disavventura si fosse trovato nella zona, venne brutalmente ucciso dalla folla inferocita. Senza distinzione di sesso o di età. Alcuni proprietari terrieri vennero finiti a colpi di accetta dagli stessi servitori di cui per oltre trent’anni erano stati i datori di lavoro. Al termine della giornata si contarono 103 morti. La furia della popolazione non si sprigionò probabilmente in maniera così improvvisa come appare dalla descrizione dei fatti.

    Alcuni islamici fra quelli riuniti nella piazza di Setif avevano nascosto fra i propri indumenti delle armi da fuoco, e alcuni agricoltori testimoniarono che di aver saputo dai propri contadini di fede islamica che questi ultimi erano stati minacciati per la semplice ragione
    Il generale De Gaulle ispeziona
    truppe francesi in Algeria

    di lavorare per degli europei. Se il massacro venne scatenato per creare odio e diffidenza fra i coloni e le popolazioni indigene, l’obiettivo venne sicuramente raggiunto perché la risposta francese non tardò. I villaggi arabi coinvolti nell’insurrezione vennero colpiti dal fuoco indiscriminato della marina militare e uno stormo di bombardieri Douglas in servizio all’aeronautica colpì gli accampamenti nell’entroterra con più di quaranta bombe.
    Una rappresaglia che da sola provocò fra i 500 e i 600 morti, almeno secondo le stime ufficiali, ma che venne accompagnata dalla reazione dei pied noir, cui parteciparono perfino alcuni esponenti del Partito Comunista. Quest’ultimo profondamente radicato fra le comunità meno prospere dei coloni europei in Algeria. Un rapporto stilato per l’occasione da un funzionario governativo fa oscillare fra 1.020 e 1.300 i morti fra gli islamici. I rappresentanti della Lega Araba, che da poco aveva preso vita al Cairo, parlavano invece di oltre 45.000 vittime, ma la cifra più plausibile, stimata con criteri non del tutto chiari dagli storici più autorevoli, è di circa seimila uomini uccisi o per mano della folla o dell’esercito. Ancor più considerevoli i danni subiti dalle piccole botteghe di proprietà degli arabi, ma sicuramente inestimabile è il danno arrecato all’autorità francese in Algeria.

    Pur nell’illusione che la regione avrebbe per sempre salutato il Tricolore come propria bandiera, negli anni successivi Parigi dovette costantemente confrontarsi con lo scontento della popolazione islamica d’oltremare. Al Marocco e alla Tunisia, che avevano mantenuto uno stato di protettorato, fu relativamente semplice garantire l’indipendenza una volta individuati dei validi interlocutori in grado di garantire un graduale passaggio dei poteri. L’Algeria era invece parte integrante del territorio nazionale, le sue valli e le sue coste avevano subito per oltre un secolo un radicale processo di trasformazione e la maggior parte dei coloni si sentiva legata a quella terra tanto quanto le popolazioni di fede islamica.
    Grazie ai pied noir erano nate floride imprese sull’intero territorio, la superficie coltivabile era incrementata notevolmente e perfino quella a disposizione delle popolazioni locali, messa a confronto con la situazione che si presentava nel 1830, era raddoppiata. Notevole fu l’esempio della produzione vinicola, introdotta dai frati trappisti che vi si erano stabiliti durante il Secondo Impero e divenuta in breve tempo fra le più rilevanti dell’intero bacino Mediterraneo. Inoltre si era stabilito uno stretto rapporto fra l’industria francese e il Nord Africa che, nel primo dopoguerra, accolse nei propri reparti oltre mezzo milione di algerini di origine araba. Questi ultimi contribuivano inoltre all’economia dei villaggi di provenienza con il denaro che inviavano ai famigliari.

    Il maggiore ostacolo alla definitiva integrazione degli arabi d’Algeria nella nazione francese fu probabilmente la costante crescita demografica che ne caratterizzò l’intera comunità a cavallo delle due guerre. Se negli anni Venti e Trenta del XX secolo gli islamici erano infatti fra i cinque e i sei milioni, negli anni Cinquanta erano già otto milioni e garantire loro un peso elettorale al pari dei cittadini di origine europea avrebbe inesorabilmente portato questi ultimi a trovarsi in una situazione di netta minoranza. Lo stesso motivo per cui De Gaulle abbandonò l’idea dell’Algeria Francese, oltretutto consapevole che la presenza di una minoranza islamica all’interno della già frammentata Assemblea Nazionale avrebbe favorito la formazione di governi deboli, esposti al ricatto dei più insignificanti, e settari, gruppi parlamentari.
    Oltretutto, nell’immediato secondo dopoguerra, bisogna aggiungere che nessun governo occidentale avrebbe potuto ignorare la minaccia della lunga mano rossa, la quale stava gradualmente guadagnando terreno sfruttando a proprio vantaggio l’instabilità legata al processo di decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia. Opporsi strenuamente alle richieste delle popolazioni locali, avrebbe potuto offrire al blocco sovietico nuovi alleati. Nel caso specifico dell’Algeria il quadro veniva ulteriormente complicato dalla popolarità di cui il Partito Comunista godeva fra i coloni, il cui tenore di vita, fatta eccezione per i grandi proprietari terrieri, banchieri e imprenditore, non era poi molto superiore a quello dei vicini arabi.

    Certamente i quadri e i dirigenti dell’F.L.N. poterono contare sulle armi fornite loro dalla Jugoslavia e dalla Cecoslovacchia, ed alle volte adottarono tecniche di guerriglia e di propaganda già sperimentate dai miliziani maoisti, ma il timore, più volte paventato nei saloni
    Scritte inneggianti all’O.A.S.
    appaiono nelle città della Francia

    dell’Eliseo, che la flotta sovietica avrebbe trovato un approdo nella base navale di Mers el Kebir si sarebbe dimostrato privo di fondamento. Oltretutto alle Nazioni Unite, gli Stati Uniti, storicamente una potenza anticoloniale, non dimostravano certo meno simpatia verso le richieste dell’F.L.N. di quanto non fosse loro garantita dall’Unione Sovietica. La diplomazia sovietica si dimostrò anzi piuttosto tiepida nei confronti del nazionalismo arabo in Algeria, molto più attenta a non irritare quello francese.
    Se la Francia, ai ferri corti con le altri grande potenze della N.A.T.O. proprio per la questione Algerina, avesse messo in crisi il Patto Atlantico, l’Armata Rossa ne avrebbe sicuramente tratto vantaggio. In effetti raramente, quanto negli anni Cinquanta, i rapporti fra la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti raggiunsero un tale livello di tensione. Il picco venne raggiunto quando nel sottosuolo algerino venne rilevata la presenta di giacimenti petroliferi, peraltro modesti se confrontati alle enormi riserve di gas naturali disponibili nell’intera regione, e i vari governi francesi che si succedettero in quegli anni ne approfittarono per accusare gli Stati Uniti, così come la Gran Bretagna, di sostenere il disimpegno francese in Algeria per potersi impossessare delle sue fonti energetiche.

    In realtà furono le compagnie francesi a trarre un enorme profitto dai rinvenimenti, fra l’altro godendo di privilegi mantenuti anche negli anni successivi all’indipendenza algerina, ma il refrain della propaganda si dimostrò tanto efficace da esser sopravvissuto alle necessità del caso per riproporsi, fino ai giorni nostri, ogniqualvolta la politica estera americana e britannica si trovi coinvolta in Nord Africa o in Medio Oriente. Lontano dalle lussuose sedi dell’O.N.U. di Ginevra e New York, così come dai salotti della diplomazia internazionale, la questione algerina esplose però, in tutta la sua violenza, il primo novembre del 1954, in quella che altrimenti sarebbe stata una tranquilla giornata autunnale.
    L’insurrezione era stata preparata a lungo e dettagliatamente. In seguito agli incidenti di Sétif, la protesta islamica si era gradualmente assopita, ma solo agli occhi degli osservatori più superficiali. In realtà il rancore verso la presenza europea covava nel cuore di molti, soprattutto fra i militari che avevano servito la Francia contro i Tedeschi e in Indocina e non avevano trovato un adeguato riconoscimento dal governo parigino. Oltretutto la sconfitta di Dien Bien Phu, dalla quale le fortune francesi in Estremo Oriente vennero definitivamente compromesse, aveva contribuito ad animare lo spirito di rivalsa degli arabi infrangendo il mito dell’imbattibilità europea. Il Fronte di Liberazione Nazionale, costituitosi intorno alla bandiera indipendentista e animato dal più radicale spirito panarabo, aveva da tempo accumulato un modesto arsenale nelle grotte dell’entroterra algerino.

    In parte grazie al materiale bellico abbandonato dagli Alleati dopo lo sbarco ad Orano nel 1942, in parte racimolato con espedienti ancor più fortunosi. Per meglio organizzare l’azione e la struttura delle bande armate, i rivoluzionari avevano suddiviso l’Algeria in sei regioni, ma si era anche deciso che si sarebbero risparmiate le vittime innocenti. Intenzioni disattese fin dal principio. Non erano passate che poche ore da quando Radio Cairo, l’emittente che nell’Africa del Nord diffondeva il verbo del nazionalismo arabo, aveva diffuso il proclama ufficiale dell’F.L.N., in cui si parlava di un’Algeria indipendente e dell’insurrezione generale contro l’autorità francese, che le prime vittime civili caddero nelle mani degli islamici.
    Piccoli obiettivi militari erano già stati colpiti nella notte, a Biskra, una località di secondaria importanza, due agenti di polizia erano stati uccisi dal fuoco dei guerriglieri, a T’kout, un avamposto piuttosto isolato, i pochi europei presenti si erano di fatti trovati sotto assedio, altrove erano stati sabotati i pali del telegrafo o le bombe avevano colpito le proprietà dei grand colon, i pied noir più in vista, a capo di piccoli imperi in grado di controllare l’economia algerina. Verso le sette del mattino, nei pressi di Biskra, fu però la volta dei passeggeri di un autobus di linea. Fra questi un caid che si era sdegnosamente rifiutato di appoggiare l’F.L.N. Il veicolo era stato preso d’assalto in una zona poco abitata e per gli occupanti non c’era stato scampo. A fianco al cadavere del caid, vennero ritrovate le spoglie di una coppia di giovani europei, corrispondenti al nome di Guy Monnerot e della sua signora.

    Avevano poco più di vent’anni, e si erano stabiliti in Algeria sostenuti da forti convinzioni liberali. Convinti della necessità di offrire alla popolazione islamica lo stesso sistema scolastico di cui godevano i figli dei coloni, ricoprivano il ruolo di insegnanti in una regione
    Vecchia foto di una spiaggia
    algerina riservata ai francesi

    ancora estranea alla massiccia penetrazione europea. Obiettivo dell’F.L.N. era quello di creare un muro invalicabile fra la popolazione di origine europea e quella di fede islamica, ed era dunque loro obiettivo colpire quegli esponenti di entrambe le comunità che più facilmente avrebbero permesso l’integrazione dei musulmani d’Algeria con il resto della Francia. Una strada che nel tempo si sarebbe dimostrata vittoriosa, almeno per i loro scopi, ma nei primi giorni della guerra gli obiettivi erano ancora confusi e gli avvenimenti del 30 ottobre non ricevettero che scarsa attenzione sulla stampa nazionale.
    Le Monde non dedicò alla notizia che un breve trafiletto, più argomentato fu l’articolo comparso su L’Humanité, che riduceva l’azione dell’F.L.N. ad attacchi terroristici. A Parigi, il governo di Mendés France, costituitosi pochi mesi prima sull’onda emotiva di Dien Bien Phu e appoggiato da una coalizione di sinistra, non sottostimò invece il problema che si stava delineando all’orizzonte e predispose una serie di contromisure sul piano della sicurezza. Francois Mitterand, all’epoca ministro degli Interni, garantì l’impiego di reparti paracadutisti, cui già si era ampiamente ricorso durante la guerra d’Indocina, mentre il presidente del Consiglio tentava disperatamente di imporre all’Assemblea Nazionale alcune concessioni alla comunità islamica.

    Nessuno, nei primi anni del conflitto e almeno fino all’ascesa al potere di De Gaulle, mise però mai in dubbio che l’Algeria avrebbe potuto ottenere la propria indipendenza. Per lo stesso Mitterand quella terra, pur affacciandosi sull’altra sponda del Mediterraneo, costituiva parte integrante del suolo francese, e come tale doveva essere preservata da ogni ambizione secessionista. Nel contempo alcuni episodi apparentemente insignificanti avrebbero potuto rivelare l’importanza storica delle prime sommosse. Alcuni veterani della Legione Straniera ricordano nei propri diari come i tradizionali pregiudizi dei civili nei loro confronti stessero lentamente mutando.
    Il chepì bianco non era più associato alle risse di una gioventù intemperante, arruolatasi per spirito di avventura e incapacità di assimilarsi alla vita borghese, ma, per i pied noir divenne uno dei rari punti di riferimento per la propria sicurezza. Nel 1955, mentre gli attacchi dell’F.L.N. provocavano di giorno in giorno nuove vittime, il governo francese sembrava dover assistere impotente al massacro dei propri uomini. Mendes-France, persa la fiducia in Léonard, il mediocre governatore generale dei tre dipartimenti algerini, decise di affidare il delicato incarico a Jacques Soustelle, un non più tanto giovane umanista che avrebbe dovuto cercare una soluzione attraverso riforme di carattere sociale ed economico. Soustelle, proveniente da una modesta famiglia operaia di Montpellier, ma non privo della migliore formazione che potesse fornire l’accademia francese, conservò la propria posizione per circa un anno.

    Sotto il profilo militare i suoi successi furono limitati, ma la costituzione delle Sections Amdministratives Specialisées si rivelò una delle scelte più efficaci adottate dall’amministrazione francese durante il corso del conflitto. Le S.A.S. erano composte da personale specializzato, formato con l’obiettivo di garantire alle comunità islamiche più arretrate e irraggiungibili i benefici della presenza europea, soprattutto a livello di istruzione scolastica e di assistenza sanitaria. La decisione portò a indubbi risultati se in breve tempo l’F.L.N. scatenò una violenta campagna contro i membri delle S.A.S., le quali pagarono un alto tributo di sangue al processo di indipendenza dell’Algeria.
    Il nazionalismo arabo avrebbe infatti trovato un valido avversario alle proprie idee in tutte quelle iniziative che avrebbero potuto guadagnare alla Francia le simpatie della popolazione indigena. Di pari passo alle riforme di Soustelle, una giovane etnologa dal nome di Germaine Tillione guidò l’istituzione di alcuni centre socieaux, centri di aggregazione per avvicinare le due grandi comunità algerine con scopi non dissimili da quelli delle S.A.S. Un ultimo tentativo di porre fine all’ormai incessante massacro venne compiuto da Albert Camus, uno dei più grandi scrittori francesi del XX secolo, premio Nobel per la letteratura nel 1957 e fra i figli più illustri dell’Algeria Francese. Nato nel villaggio di Mondovì, il 7 novembre del 1913 da una modesta famiglia di coloni, si illuse all’idea che un appello rivolto a entrambe le parti contendenti sarebbe stato sufficiente a trovare una soluzione pacifica al conflitto.

    In realtà non ottenne altro risultato che suscitare l’ostilità sia della sinistra francese, dell’F.L.N. e la diffidenza di latri pied noir, la cui stessa sopravvivenza veniva minacciata dalla guerriglia panaraba. Il 20 agosto del 1955, un’insurrezione popolare organizzata dall’F.L.N. causò il massacro di 123 civili, di cui 71 europei. Non vennero risparmiati né le donne
    Lo scrittore Albert Camus

    né i bambini. La rappresaglia francese fu spietata, e i membri dell’F.L.N. furono braccati a migliaia. Del resto ogni arabo avrebbe potuto vestire, per i coloni, i panni del carnefice. Emblematico l’episodio di uno scolaro di origine europea assassinato dai suoi compagni di giochi di fede islamica. Costoro giustificarono la scelta della propria vittima, essendo l’unico ad essersi fidato a inoltrarsi con loro in aperta campagna.
    In una simile situazione non è dunque insolito che le autorità francesi fossero spinte ad accettare la tesi della responsabilità collettiva, nonostante i rastrellamenti indiscriminati non avessero altro effetto di conquistare nuovi nemici al tricolore. Esattamente come previsto dagli alti dirigenti dell’F.L.N. Nella trappola cadde lo stesso Soustelle che, indignato dallo spargimento di sangue di Philippeville, abbandonò le posizioni liberali che ne avevano contraddistinto fino a quel momento il governatorato, scegliendo la repressione. Non servì a molto, e, nei primi mesi del 1956 venne sostituito dal settantunenne Generale Catroux, lo stesso che, durante la Guerra, aveva ricoperto il ruolo di Commissario Generale di Algeri. Anche a Parigi la scena politica era mutata.

    Mendès-France era stato trascinato nella polvere dall’insuccesso sulla scena algerina e, dopo l’inutile tentativo da parte di Edgard Faure di costituire un nuovo esecutivo su una stabile maggioranza, lo scomodo dovere di comparire alla guida del governo francese cadde nelle mani di Guy Mollet. Quest’ultimo, segretario generale del Partito Socialista, mantenne nel proprio entourage sia Mendès-France che Mitterand, ma doveva tener conto anche della nuova realtà presente all’Assemblea Nazionale. Dove erano stati eletti cinquantadue deputati comunisti e altrettanti seggi aveva guadagnato la destra populista di Pierre Poujade, un protagonista fino ad allora sconosciuto alla scena politica, che trovava la propria forza nel sostegno della piccola borghesia e nelle frustrazioni dei pied noir.
    Nel frattempo l’F.L.N., ai cui seguaci viene inutilmente data la caccia dalle truppe francesi, consolida la propria organizzazione. Dall’Egitto, il regime nazionalista di Nasser offre i propri aiuti, mentre in territorio algerino si verificano le prime diserzioni dei militari di fede islamica. Un fenomeno relativamente marginale, ricordando che alla causa francese, durante l’intero conflitto, furono migliaia gli islamici che donarono la propria vita, ma nel corso del 1956 e del 1957 particolarmente preoccupante e in costante crescita. Nel 1955 l’F.L.N. aveva inoltre guadagnato il supporto di Ferrhat Abbas, un arabo di buona cultura, il quale era stato precedentemente riconosciuto come una figura moderata all’interno del nazionalismo arabo.

    La guerriglia islamica getta le proprie basi perfino sul territorio metropolitano, imponendo agli immigrati algerini, in larga parte operai, esosi tributi. Spesso riscossi con metodi non differenti da quelli praticati dalle organizzazioni mafiosi. Agli islamici d’Algeria, sia sul territorio metropolitano che nella madre patria, poteva costare caro dimostrare qualsiasi simpatia per il tricolore. A due anni dall’inizio del conflitto, gli attacchi dell’F.L.N. avevano infatti provocato la morte di 1.035 europei, ma anche di 6.352 arabi. Non tutti i leader della rivolta islamica potevano del resto vantare un rispettabile passato come quello di Abbas. Ne è un esempio la figura di Mohamed Said, comandante delle truppe indipendentiste stanziate in Kabylia.
    Un soldato abile, ma feroce, arruolatosi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nella legione islamica delle S. S. guidate dal filonazista Mufti di Gerusalemme, di nuovo in Algeria nel 1943 come agente dell’Abwehr, catturato dagli alleati venne condannato all’ergastolo, ma, amnistiato, nel 1952 aveva rivisto la libertà. Ed ora aveva ripreso la lotta contro il nemico francese, continuando a farsi ritrarre con indosso un vecchio elmetto della Wehrmacht. Nel frattempo anche Catroux si era dimostrato un uomo inadatto a ricoprire la carica di governatore generale dell’Algeria. Lo scontento cresceva gradualmente fra i pied noir, i quali avevano ormai individuato in Joseph Ortiz un leader naturale. Emerso dal nulla, come Poujade, Ortiz era un ristoratore dalla parlantina vivace e con una visione piuttosto semplicistica della politica, che riduceva essenzialmente il mondo nei sostenitori dei coloni e nei loro nemici.

    Ma in breve tempo fu in grado di raccogliere intorno a se gli esponenti più caparbi della comunità europea. Fu durante la visita in Algeria di Mollet, nel febbraio del 1956, che Ortiz
    Un manifesto chiede la pace
    fra algerini e francesi

    dimostrò la forza dei suoi sostenitori costringendo il presidente del consiglio francese a spingere Catroux alle dimissioni. Gli succedette Robert Lacoste, un veterano che aveva ricevuto il battesimo del fuoco fra le trincee della Grande Guerra e si era distinto nella lotta al nazional socialismo. Più abile di Catroux, questi si dedicò immediatamente a una nuova serie di riforme, nel tentativo di conciliare il desiderio degli arabi di essere rappresentati equamente con le preoccupazioni della comunità europea, afflitta dal timore di venire schiacciata dal numero degli islamici.
    Ogni apertura alle popolazioni indigene venne però osteggiata tanto tenacemente dai coloni da risultare vana e poter essere applicata solo parzialmente. Il 1956 fu anche l’anno in cui Mollet, nel tentativo di recuperare il favore dei britannici, acconsentì a coinvolgere la Francia nel raid contro l’Egitto di Nasser, il quale con un colpo di mano aveva estromesso gli europei dalla gestione del Canale di Suez nazionalizzandolo. La spedizione fallì clamorosamente, nonostante l’iniziale successo militare dei paracadutisti francesi, lasciando al nemico prezioso materiale bellico che si sarebbe più tardi reso disponibile all’F.L.N. Altrettanto deleterio per la causa francese fu l’inizio dell’impiego massiccio di soldati di leva per le operazioni di pacificazione in territorio algerino.

    Una scelta che avrebbe acuito il peso del mantenimento dei dipartimenti d’oltremare sulla popolazione della Francia metropolitana, oltretutto creando seri problemi alla ripresa economica privando l’industria della manodopera di un’intera generazione di riservisti. I coscritti erano inoltre privi dell’esperienza dei veterani, e, come avvenne nel villaggio di Palestro, dove un’intera colonna si fece sorprendere dalle milizie dell’F.L.N. subendo gravi perdite, non sempre dimostravano la preparazione necessaria a respingere il fuoco nemico. Ancor più grave era l’attenzione che il nazionalismo arabo rivolgeva ai grandi centri urbani, abitati in prevalenza da europei, soprattutto Algeri.
    La principale città di tutto il Nord Africa, dove i pied noir avevano eretto una propria cattedrale e lo stato francese aveva istituito un’università, venne presa di mira da una serie di furiosi attacchi terroristici. Spesso le bombe venivano trasportate sul luogo dell’attentato da ragazze islamiche vestite alla maniera occidentale per non destare sospetti. Oppure nascondendo gli ordigni sotto le lunghe vesti imposte dalla tradizione. Fatto sta che nella casbah di Algeri l’F.L.N. aveva ormai affondato le proprie radici. Disponeva di un’ampia cerchia di sostenitori, di depositi di munizioni e perfino di improvvisate fabbriche di armi. L’intelligence francese, che nel corso dell’intero conflitto raramente si fece cogliere di sorpresa, forte di un’efficace opera di infiltrazione nelle linee ribelli, era al corrente della pericolosità della situazione, ma furono i continui scioperi e manifestazioni indetti dagli arabi a fornire il pretesto per dichiarare lo stato d’assedio e l’intervento dei militari.

    Il 7 gennaio del 1957 ad Algeri venne dichiarato il coprifuoco e il decimo reggimento di paracadutisti agli ordini del generale Jacques Massu, il comandante della spedizione in Egitto, uno dei più energici e sanguigni leader militari francesi dell’intero conflitto, prese di fatto il controllo della città. La quale fu suddivisa in quattro zone per facilitare le operazioni di rastrellamento che sarebbero seguite. Stretti nella morsa dei militari, i nazionalisti arabi si ritrovarono bloccati
    De Gaulle in Algeria da amico
    dopo la fine della guerra

    nella casbah, di fatto trasformata in un’unica grande trappola da cui era impossibile fuggire. Gli organici dell’F.L.N. erano da tempo noti all’intelligence inglese e, in pochi giorni, migliaia di sospetti vennero catturati dai paracadutisti e dalle altre unità militari.
    Furono i tragici giorni della battaglia di Algeri, ricostruita fedelmente da Gillo Pontecorvo nell’omonima pellicola del 1965, dove la parte del leader del movimento clandestino islamico nella capitale nordafricana venne affidato a Saadi Yacef, nel ruolo di se stesso. Yacef riuscì a sfuggire ai francesi, ma tutti gli altri membri della sua organizzazione furono meno fortunati. Lo scontro, da cui i francesi uscirono nettamente vittoriosi, lasciò però un drammatico ricordo nelle coscienze dei militari e della stessa nazione francese. Il trionfo ebbe un prezzo, e fu pagato con il ricorso, sistematico e tollerato dai vertici militari, se non politici, alla tortura. Uno strumento del resto onnipresente nella tragica storia dell’umanità, ma che proprio la nazione francese aveva aborrito rifiutandone l’utilizzo a partire dalla Rivoluzione del 1789.

    Quando trapelarono i dettagli più crudi dei metodi adottati dall’esercito per ristabilire l’ordine ad Algeri, l’opinione pubblica venne scossa profondamente, ma ancor più marcato rimase il segno negli stessi torturatori. Alcuni dei quali, a livello psicologico, ne avrebbero subito le conseguenze per il resto della vita. Nonostante il grave danno all’immagine del tricolore arrecato dall’intervento di Massu ad Algeri, le simpatie della maggioranza della popolazione francese, e forse di una buona fetta di quella araba, si mantennero tutto sommato a favore dell’unità nazionale e della presenza europea in Nord Africa. Yacef non si era dato per vinto e il 9 giugno del 1957 la sua organizzazione riuscì a mettere a segno un nuovo sanguinoso attacco. Il massacro, perpetrato per mezzo di ordigni esplosivi piazzati all’interno del salone da ballo del Casinò di Algeri, provocò nove morti e ottantacinque feriti.
    Era una domenica come molte altre e le vittime erano tutti giovani che avevano deciso di trascorrere il tempo libero con le proprie innamorate. Le immagini della scena del delitto furono sufficienti per molti musulmani a dubitare nell’F.L.N., ormai in crisi in seguito all’energica repressione francese e soprattutto alla sistematica eliminazione dei suoi leader. Abbane Ramdane, uno dei fondatori, era caduto nello stesso periodo in cui Yacef attirava l’attenzione su di se con l’attentato al Casinò e, lungo il confine con la Tunisia, dove gli uomini dell’Armata di Liberazione Nazionale avevano stabilito i propri santuari, era stata completata una lunga linea di fortificazioni e di campi minati allestita per impedire ai guerriglieri arabi di alimentare la rivolta in Algeria.

    A differenza della linea Maginot, la linea Morice si rivelò un’efficace soluzione per i francesi, causa, per l’F.L.N. di gravi lutti e ancor più gravi rovesci militari. La rivolta araba non era però ancora stata definitivamente debellata e il 1958 si rivelò l’anno decisivo per l’andamento del conflitto. Crollato il gabinetto Mollet sotto il peso della disfatta in Egitto e all’andamento della guerra, a Parigi si era instaurato un nuovo governo, di cui lo stesso Mollet era vice-premier. La tensione in Algeria rimaneva alta e sembrava che entrambe le parti contendenti, fatta eccezione per gli irriducibili dell’F.L.N. non desiderassero altro che una soluzione pacifica. Il 26 aprile più di 30.000 persone si radunarono nei pressi del monumento ai caduti di Algeri, intonando la Marsigliese e giurando di preservare l’unità della nazione francese.
    Fra di essi, a fianco degli europei, una nutrita schiera di musulmani. Pochi giorni dopo, con un colpo di mano, era il 13 maggio, i militari francesi decisero di accogliere l’appello popolare e, seguendo una tradizione propria della peggiore politica sudamericana, spinsero il presidente del consiglio Pierre Pflimlin alle dimissioni. Un vero e proprio colpo di stato, cui, alla presa del potere ad Algeri, alla quale diede un sostanziale contributo anche la popolazione civile, seguì l’occupazione della Corsica, e, a Parigi, l’intervento dei paracadutisti. Uomini come Massu, a capo del Comitato di Salute Pubblica, rivolsero un appello a De Gaulle, da tempo lontano dalla vita politica, perché prendesse le redini della situazione e riportasse la calma in tutto il paese. Per quanto restio ai metodi utilizzati, De Gaulle si rese disponibile a ritornare al potere e il 4 giugno, capo di stato della nuova Repubblica, l’antico combattente della Francia Libera rendeva il proprio omaggio ai distretti nordafricani recandosi in visita ufficiale ad Algeri.

    Lo accolse un bagno di folla, che premiò con il più sibillino dei discorsi “Je vous ai compris”, vi ho compreso. Una frase tuttora nella mente dei pied noir in esilio. In realtà De Gaulle si era già probabilmente reso conto che gli islamici d’Algeria non sarebbero mai potuti
    Ferhat Abbas

    essere assimilati alla Francia metropolitana e che la presenza del tricolore sull’altra sponda del Mediterraneo sarebbe stata soltanto causa di ingovernabilità e di un pesante deficit per assorbire le spese di un conflitto interminabile. Affidandosi al genio strategico del generale Challe, le cui unità aviotrasportate sembrarono per la prima volta affliggere seriamente qualsiasi tentativo di resistenza da parte dell’F.L.N., il premier francese si rivolse all’intera popolazione algerina cercando di trovare un accordo con gli stessi leader dell’insurrezione.
    I quali, protetti dalla Lega araba al Cairo e determinati, nonostante i rovesci subiti, a ottenere una vittoria senza condizione, erano poco propensi ad accettare un’Algeria indipendente associata alla Francia. De Gaulle, per la prima volta dal 1830, era riuscito ad imporre ai pied noir le riforme da tempo acclamate dalla maggioranza islamica, primi fra tutti pari diritti a quelli goduti dalla comunità europea in materia elettorale e lo stanziamento di fondi per la pronta realizzazione di scuole, ospedali e nuove aree coltivabili a favore della popolazione autoctona.

    I pied noir iniziavano però a dimostrarsi, ancora una volta, diffidenti, e Massu dovette essere allontanato dall’Algeria per le proprie intemperanze. Il 24 gennaio del 1960, gli europei di Algeri eressero le prime barricate, i coloni non erano più capaci di nascondere il proprio sentimento e la polizia ricevette l’ordine di aprire il fuoco. La Francia era sull’orlo della guerra civile e cittadini di fede cristiana avevano ucciso altri cristiani. L’insurrezione venne soffocata nel sangue, e Challe, che non aveva nascosto le proprie simpatie per i rivoltosi europei, subì una sorte analoga a quella di Massu. De Gaulle si trovava ora in un’impasse molto pericolosa e sentiva la necessità di chiudere al più presto i negoziati con il nemico. Fra il 25 e il 29 giugno, a Melun, furono aperti i primi negoziati con i leader dell’F.L.N., ora a capo del Governo Provvisorio della Repubblica d’Algeria.
    L’Algeria algerina sembrava ormai l’unica soluzione possibile, ma i pied noir continuavano temerariamente a sognare un’Algeria francese o, alla peggio, una nazione indipendente governata dall’apartheid sulle orme dell’esperienza sudafricana. Il 23 novembre del 1960 De Gaulle si recò nuovamente in Algeria, ma questa volta erano solo gli arabi, e pochi, ad avvicinarsi al carismatico generale per stringergli la mano. Il 4 dicembre, il generale Salan, fra gli autori del colpo di mano che aveva portato al potere De Gaulle ed ora fra i suoi più accaniti oppositori scelse la fuga verso la Spagna. Fallito un nuovo tentativo di colpo di stato da parte dei militari, messo in atto fra il 22 e il 26 aprile del 1961, ma infrantosi contro l’autorevolezza del padre della Francia Libera, nel mese di maggio dello stesso anno entrava in scena sul territorio algerino un nuovo terribile protagonista.

    L’Organization Armeé Secrete era stata fondata a Madrid nei primi di gennaio da esponenti di primo piano dell’esercito francese, fra cui lo stesso Salan, e uomini politici vicini alle richieste dei pied noir. Era l’estremo, disperato tentativo della comunità europea d’Algeria di imporre una soluzione che ne garantisse la sopravvivenza. In realtà, i crimini dell’O.A.S. costituirono la causa principale del disinteressamento della Francia metropolitana verso le sorti dei coloni nell’eventualità della costituzione di un’Algeria definitivamente affrancata da Parigi, così come ostacolarono qualsiasi compromesso fra la comunità europea e quella islamica.
    Rea di decine di attentati sanguinari, compiuti con lo scopo di rendere impraticabile qualsiasi soluzione alternativa al massiccio impegno militare francese in Nord Africa, il destino dell’O.A.S. era già segnato. Il 18 marzo del 1962, a Evian, dopo lunghi negoziati, venne siglato il cessate il fuoco fra l’F.L.N. e la Repubblica Francese, sulle basi di un’Algeria indipendente. Parigi non ottenne che scarse garanzie sulla possibilità di mantenere, solo per pochi anni, la base militare di Mers el Kebir, e sullo sfruttamento delle risorse energetiche naturali del paese. Allo stesso modo i francesi si impegnavano di versare, negli anni immediatamente successivi alla pace, un generoso contributo per realizzare l’imponente programma di edilizia scolastica e di bonifica agraria intrapreso da De Gaulle.

    Per la Francia metropolitana si concluse la più drammatica delle pagine dalla fine dell’occupazione tedesca, ma per i pied noir e per gli islamici che nel corso del conflitto avevano combattuto a fianco degli europei si prospettava un triste avvenire. Nei giorni che seguirono la data dell’armistizio migliaia di coloni vennero trucidati nel centro di Orano, che fino a pochi mesi prima contava circa 250.000 abitanti di origine europea. Molto più numerose furono le vittime fra gli harki. Costoro erano i fedeli soldati algerini che avevano combattuto nelle file francesi e, seppur per breve tempo, avevano consentito di arginare l’offensiva dell’F.L.N.
    Del tutto abbandonati da Parigi, si conta che circa in 150.000 vennero brutalmente assassinati, sacrificati dalla politica allo spirito di vendetta dei guerriglieri. Solo una minima parte di essi riuscì a trovare rifugio in Francia. Non che i parigini ebbero maggiore riguardo dei coloni. Furono 1.380.000 i profughi che abbandonarono l’Algeria nei giorni dell’indipendenza, ma ognuno dovette provvedere personalmente a quella che, in pratica, divenne una vera e propria fuga. I più dovettero lasciare dietro di se i beni guadagnati in una vita di sacrifici, se non attraverso il lavoro di generazioni. Nel novero dei profughi dovettero inspiegabilmente trovare posto anche gli oltre centomila membri della comunità ebraica. Fin dai primi mesi dell’insurrezione, questi ultimi avevano offerto il proprio sostegno alla causa dell’indipendenza, e la loro presenza in Nord Africa poteva persino considerarsi più remota di quanto non fosse quella islamica, ma il nazionalismo pan-arabo non concesse sconti.

    BIBLIOGRAFIA
    A Savage War of Peace, Algeria 1954-1962, di Alistair Horne – PAN Books, Londra 2002
    Guerre et Réevolution d’Algéerie, di Ferhat Abbas – Parigi 1962
    Acutelles III Chroniques algériennes 1939-1958 – di Albert Camus, Parigi 1958
    Mémoires d’espoir. Le renouveau 1958-1962, di Charles de Gaulle – Parigi 1972

  2. Anonimo scrive:

    LA GUERRA D’ALGERIA – Nel cinquantenario del sanguinosa conflitto
    il ricordo della sconfitta continua a dividere profondamente la nazione

    NELL’INCONSCIO DEI FRANCESI
    LA FERITA DELL’IMPERO PERDUTO

    di MATTEO F. M. SOMMARUGA

    Nel cinquantenario della sanguinosa azione con cui ebbe inizio la guerra fra la Francia e il movimento indipendentista algerino, il ricordo di quel terribile conflitto continua a dividere profondamente gli animi di un’intera nazione. Mentre le vetrine delle librerie parigine si affollano di saggi e raccolte fotografiche sulla presenza francese in Nord Africa, i principali organi di informazione riportano la recentissima polemica scatenata dalla
    Manifesto dell’O.A.S.

    decisione del sindaco di Parigi Delanoe di dedicare, nel XII arrondissement, poco distante dalla Gare de Lyon, una piazza al 19 marzo del 1962. Ricorrenza dell’armistizio fra il governo francese e il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, ma, per le famiglie dei discendenti dei coloni europei e di altrettante centinaia di migliaia di islamici che, durante la guerra, si batterono per il vessillo tricolore, l’inizio di una lunga serie di massacri e ritorsioni.
    Nonostante la ferma risposta di Delanoe, egli stesso nato a Tunisi da una famiglia di immigranti francesi, per diverse associazioni di rimpatriati l’inaugurazione del monumento ha rappresentato, di fatto, la riapertura di antiche ferite mai guarite. Questioni che del resto non appartengono alla caparbia di gruppi oltranzisti, ma, essendo tuttora vive nella memoria di centinaia di migliaia di francesi, hanno spinto l’attuale Presidente della Repubblica, Jacques Chirac, a sostenere la legge che fissa per il 5 dicembre la giornata nazionale di commemorazione per i caduti della Guerra d’Algeria e nei combattimenti che, nei primi anni Cinquanta, accompagnarono l’affrancamento del Marocco e della Tunisia dall’autorità di Parigi.

    Il 5 dicembre del 2002 è stato inaugurato l’austero monumento che, eretto in quai Branly, sul longosenna, a poche centinaia di metri dalla Torre Eiffel, riconosce il sacrificio di quei morti e la data, non essendo legata a nessun altro avvenimento, offre il singolare pregio di non avere un particolare significato per nessuna delle parti in causa. A riprova di come gli echi del processo di decolonizzazione del Nord Africa siano tuttora oggetto di vivacissimi dibattiti parlamentari, la legge numero 99-882 del 18 ottobre del 1999 è la prima a riconoscere ufficialmente lo stato di guerra per le operazioni che, in Algeria, dal 1954 al 1962 provocarono centinaia di migliaia di vittime.
    Fino ad allora, almeno interpretando alla lettera gli atti ufficiali del governo parigino, si era infatti sostenuto che i caduti abbiano perso la vita nell’ambito di operazioni di polizia o di pacificazione di zone sfuggite al controllo dell’autorità civile. Se non l’uso sistematico della tortura inferto dalle truppe speciali francesi, o i sanguinari, e indiscriminati, atti terroristici di cui si macchiò l’F.L.N., contraddistinsero il conflitto in ambito militare, sul piano politico è improbabile che, nella storia umana, le parti in causa abbiano mai preso posizioni tanto ambigue. Del resto la politica giocò un ruolo fondamentale per l’intera durata del conflitto. Ben più decisivo delle fortune degli eserciti contendenti.

    Il bilancio della campagna militare sotto un profilo prettamente strategico si risolse a netto vantaggio della Francia, ma fu fra le strade di Orano e di Algeri, nei palazzi di Parigi, dove, fino al ritorno al potere di De Gaulle, qualunque gabinetto venisse costituito sembrava inesorabilmente arenarsi sulle spiagge del Nord Africa, e nelle capitali della diplomazia internazionale che si delinearono le sorti della moderna Algeria. Una terra cui, come l’Italia e la Germania alla conclusione della parabola napoleonica, il giogo francese sembra aver paradossalmente donato una precisa identità nazionale storicamente mai riscontrata. Lo stesso Ferhat Abbas, uno dei leader più influenti del Fronte di Liberazione Nazionale, al quale aderì solo nel 1955, aveva sostenuto, negli anni immediatamente precedenti alla Seconda Guerra Mondiale, di non essere riuscito a individuare l’esistenza di una nazione algerina, dopo aver esaminato attentamente la storia della propria terra.
    “Comunque sia, io non sarò mai disposto a morire per la nazione algerina, perché non esiste. Ho interrogato i vivi e i morti, ho visitato i cimiteri, nessuno me ne ha mai parlato”. Colonizzata dai Fenici e dai Cartaginesi, conquistata dai Romani e divenuta una delle più floride province dell’Impero, successivamente caduta nelle mani dei Vandali, dei Bizantini, degli Arabi di Cordoba, l’Algeria venne strappata dai Francesi agli Ottomani nel 1830, durante gli ultimi mesi di potere della dinastia borbonica.

    Carlo X vi era stato spinto in parte per puro calcolo politico, ansioso di dirigere oltremare l’inquietudine dei propri sudditi, in parte per porre fine alle frequenti operazioni di corsa perpetrate dai pirati nordafricani ai danni della marina mercantile europea. Il casus belli
    Messali Hadj, padre
    del nazionalismo algerinoj

    venne fornito dal Bey di Algeri in persona, il quale, durante una discussione, si infuriò al punto tale con il console francese da colpirlo al volto con uno scacciamosche, accompagnando il già poco diplomatico gesto con una serie di epiteti altrettanto estranei all’etichetta. L’autorità del Bey, una sorta di governatore la cui giurisdizione si estendeva senza una precisa definizione lungo le coste circostanti, benché nominalmente attribuita dall’Impero Ottomano, era in realtà del tutto indipendente.
    Più attento ai bisogni della pirateria, sulla quale da secoli si reggeva l’economia di buona parte del Nord Africa, non deve quindi apparire singolare che il Bey si permettesse di agire con tale disinvoltura nei riguardi di un rappresentante della monarchia francese. La dinastia borbonica ebbe però gioco facile a vendicare l’insulto, e, in poche settimane, il corpo di spedizione europeo portò a termine la conquista dell’intera regione. Si sarebbe però dovuti attendere più di quindici anni per ottenere la definitiva pacificazione dell’Algeria e, ancora a cavallo fra le due Guerre Mondiali, dopo oltre un secolo di occupazione, non furono rari i focolai di rivolta che richiesero l’intervento militare. Una svolta decisiva, per la futura storia del Nord Africa, si ebbe nel 1848, quando la Seconda Repubblica proclamò l’annessione dell’Algeria alla Francia.

    Un atto mai precedentemente tentato da alcuna nazione europea, e che, già nel corso del XIX secolo, fu causa di apprensione per quasi ogni capo di stato francese. I nuovi territori vennero suddivisi in tre dipartimenti, e, se la popolazione di origine europea venne sottoposta alle stesse leggi vigenti a Parigi, si preferì mantenere le popolazioni indigene sotto la giurisdizione della legge islamica. Solo alle comunità ebraiche, sul finire del 1800, venne concessa pari dignità a quelle dei pied noir. I coloni di origine europea, il cui nomignolo, secondo due tradizioni fra loro alternative, avrebbe avuto origine dalle lucide scarpe scure indossate dalle prime truppe di occupazione francese, oppure dall’idea, maturata nella Francia metropolitana, che gli europei in Nord Africa dovessero ritrovarsi con i piedi anneriti dal sole.
    Fra i pied noir, i cui discendenti costituiscono tuttora alcune delle associazioni più combattive sul panorama politico parigino, la componente francese costituiva solamente una larga minoranza, circa un quinto del totale. Molto più numerosi erano gli spagnoli, i maltesi e gli italiani, soprattutto delle regioni meridionali, emigrati in cerca di fortuna. Intorno al 1870 la popolazione algerina di origine europea contava oltre 200.000 mila abitanti, mentre gli islamici avevano nuovamente raggiunto la soglia di quattro milioni. Durante i primi decenni dell’occupazione francese, i nordafricani avevano infatti subito una lieve contrazione demografica.

    Proprio nel 1870, mentre Parigi veniva stretta dalla morsa prussiana, i pied noir, cui si stavano aggiungendo migliaia di alsaziani in fuga dalla dominazione tedesca, avevano ottenuto la possibilità di eleggere i propri rappresentanti all’Assemblea Nazionale e al Senato. Secondo un ordinamento amministrativo di fatto immutato fino al ritorno al potere di De Gaulle, l’Algeria veniva affidata alle cure di un governatore, nominato attraverso il Ministero degli Interni. Al di sotto del quale si trovavano i prefetti dei tre dipartimenti di Orano, Algeri e Constantine. Queste ultime aree, a tutti gli effetti dipartimenti francesi, avevano diritto alla scelta di un certo numero di deputati e senatori. Il meccanismo elettorale era però differente da quello del territorio metropolitano e, con gli anni, divenne con tutta probabilità la principale causa di attrito fra la popolazione algerina di origine europea e quella di religione islamica.
    Erano stati infatti istituiti due collegi, l’uno riservato ai coloni, agli ebrei e a una stretta cerchia di arabi evolué, ancora negli anni Cinquanta del XX secolo poche decine di migliaia, l’altro aperto al resto della cittadinanza. Nel 1946, ciascuno dei due collegi poteva inviare a Parigi otto senatori e quindici deputati, ma se il primo era composto da circa un milione di pied noir, oltre a qualche decina di migliaia fra ebrei e islamici, il secondo avrebbe dovuto rappresentare otto milioni di nordafricani.

    I quali erano oltretutto sottorappresentati nelle stesse amministrazioni comunali. Queste ultime divise nelle communes de plein exercice, dove il sindaco veniva scelto dalla cittadinanza, ma sempre attraverso un meccanismo fortemente sbilanciato a favore degli europei,
    Il generale Massu

    e dalle communes mixte, nelle quali il governatore generale sceglieva, fra gli arabi più devoti al tricolore e più autorevoli presso la popolazione, una sorta di governatore locale, il caid. Le communes de plein exercice venivano introdotte dove gli europei potevano contare su una relativa maggioranza, che alle volte, in villaggi e cittadine fondati e abitati quasi esclusivamente dai pied noir, era schiacciante, le communes mixte venivano invece applicate nei centri abitati quasi esclusivamente da islamici.
    Il sistema, pur efficace nei primi anni di vita, rivelò ben presto la propria debolezza quando, già agli inizi del XX secolo, e forse ancora prima, gli arabi iniziarono a chiedere l’affrancamento dalla legge islamica, che per molti costituiva una barriera al miglioramento delle proprie condizioni di vita piuttosto che una garanzia del rispetto delle tradizioni locali, e pari opportunità a quelle godute dai coloni. Soprattutto nei primi anni Venti, dopo che gli islamici d’Algeria avevano contribuito alla vittoria francese con oltre venticinquemila caduti su un totale di 173.000 veterani che avevano servito il tricolore. Più di una volta, fra il 1909 e il 1954, i gabinetti che si susseguirono a Parigi approntarono un tentativo di riforma, l’ultimo dei quali presentato dal Fronte Popolare di Leon Blum.

    I pied noir, come sempre era avvenuto in passato, si opposero però con tale vigore che il governo dovette abbandonare qualsiasi progetto in tale direzione. Violette, il deputato autore della bozza di riforma, la quale oltretutto si limitava alla concessione della piena cittadinanza a soli 25.000 su sei milioni di islamici, non nascose all’Assemblea Nazionale il timore che se alle popolazioni indigene dell’Algeria non fosse stata concessa la possibilità di identificarsi con la nazione francese, allora se ne sarebbero creata una propria. Una previsione che avrebbe tragicamente preso forma di lì a poco, con il più sanguinoso dei conflitti della storia della colonizzazione dell’Africa.
    Le prime avvisaglie di quello che sarebbe potuto accadere si concretizzarono, del tutto inaspettatamente, già alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. L’8 maggio del 1945, l’intera Francia celebrava il primo giorno di pace. L’orco nazista poteva dirsi definitivamente abbattuto e, nonostante all’orizzonte si delineasse la minaccia comunista, da Parigi ad Algeri la folla riempiva i grandi viali noncurante delle sfide del futuro. Solo nel distretto di Setif, una cittadina di non particolare importanza né economica né strategica, abitata prevalentemente da islamici, aleggiava una certa irrequietudine. Sui muri delle case in mattoni erano comparse alcune scritte inneggianti alla guerra santa contro gli infedeli, refrain comune a ogni movimento nazionalista che, nel corso degli anni, era insorto contro l’autorità europea in Nord Africa.

    Sembra che all’episodio potessero essere legate le misure adottate nei confronti di Messali Hadj, leader del Parti du Peuple Algérien, un movimento radicale che da tempo aveva cercato di indurre la popolazione locale alla rivolta. Hadj si trovava in quei giorni a Brazzaville, in una sorta di confino. Mentre dovunque si celebrava la fine della guerra, a Setif si preparava dunque un nuovo conflitto e, lo stesso 8 maggio, il prefetto locale, informato dalla polizia di quanto stava per accadere, scelse di revocare il permesso alla parata che si sarebbe dovuta concludere al monumento ai caduti. La popolazione locale disattese gli ordini dell’autorità civile e migliaia di uomini si radunarono nella piazza principale agitando il vessillo bianco e verde impugnato, oltre un secolo prima, dagli uomini di Abd-el-Kader, un capotribù che creò seri ostacoli all’affermazione dell’autorità francese in Algeria.
    Come spesso accade in queste circostanze, nacque uno scontro a fuoco fra la sparuta guarnigione di polizia, non più di brevi uomini e, in poche ore, la manifestazione degenerò in un massacro. Piccoli funzionari, commercianti, coltivatori, qualunque europeo che per disavventura si fosse trovato nella zona, venne brutalmente ucciso dalla folla inferocita. Senza distinzione di sesso o di età. Alcuni proprietari terrieri vennero finiti a colpi di accetta dagli stessi servitori di cui per oltre trent’anni erano stati i datori di lavoro. Al termine della giornata si contarono 103 morti. La furia della popolazione non si sprigionò probabilmente in maniera così improvvisa come appare dalla descrizione dei fatti.

    Alcuni islamici fra quelli riuniti nella piazza di Setif avevano nascosto fra i propri indumenti delle armi da fuoco, e alcuni agricoltori testimoniarono che di aver saputo dai propri contadini di fede islamica che questi ultimi erano stati minacciati per la semplice ragione
    Il generale De Gaulle ispeziona
    truppe francesi in Algeria

    di lavorare per degli europei. Se il massacro venne scatenato per creare odio e diffidenza fra i coloni e le popolazioni indigene, l’obiettivo venne sicuramente raggiunto perché la risposta francese non tardò. I villaggi arabi coinvolti nell’insurrezione vennero colpiti dal fuoco indiscriminato della marina militare e uno stormo di bombardieri Douglas in servizio all’aeronautica colpì gli accampamenti nell’entroterra con più di quaranta bombe.
    Una rappresaglia che da sola provocò fra i 500 e i 600 morti, almeno secondo le stime ufficiali, ma che venne accompagnata dalla reazione dei pied noir, cui parteciparono perfino alcuni esponenti del Partito Comunista. Quest’ultimo profondamente radicato fra le comunità meno prospere dei coloni europei in Algeria. Un rapporto stilato per l’occasione da un funzionario governativo fa oscillare fra 1.020 e 1.300 i morti fra gli islamici. I rappresentanti della Lega Araba, che da poco aveva preso vita al Cairo, parlavano invece di oltre 45.000 vittime, ma la cifra più plausibile, stimata con criteri non del tutto chiari dagli storici più autorevoli, è di circa seimila uomini uccisi o per mano della folla o dell’esercito. Ancor più considerevoli i danni subiti dalle piccole botteghe di proprietà degli arabi, ma sicuramente inestimabile è il danno arrecato all’autorità francese in Algeria.

    Pur nell’illusione che la regione avrebbe per sempre salutato il Tricolore come propria bandiera, negli anni successivi Parigi dovette costantemente confrontarsi con lo scontento della popolazione islamica d’oltremare. Al Marocco e alla Tunisia, che avevano mantenuto uno stato di protettorato, fu relativamente semplice garantire l’indipendenza una volta individuati dei validi interlocutori in grado di garantire un graduale passaggio dei poteri. L’Algeria era invece parte integrante del territorio nazionale, le sue valli e le sue coste avevano subito per oltre un secolo un radicale processo di trasformazione e la maggior parte dei coloni si sentiva legata a quella terra tanto quanto le popolazioni di fede islamica.
    Grazie ai pied noir erano nate floride imprese sull’intero territorio, la superficie coltivabile era incrementata notevolmente e perfino quella a disposizione delle popolazioni locali, messa a confronto con la situazione che si presentava nel 1830, era raddoppiata. Notevole fu l’esempio della produzione vinicola, introdotta dai frati trappisti che vi si erano stabiliti durante il Secondo Impero e divenuta in breve tempo fra le più rilevanti dell’intero bacino Mediterraneo. Inoltre si era stabilito uno stretto rapporto fra l’industria francese e il Nord Africa che, nel primo dopoguerra, accolse nei propri reparti oltre mezzo milione di algerini di origine araba. Questi ultimi contribuivano inoltre all’economia dei villaggi di provenienza con il denaro che inviavano ai famigliari.

    Il maggiore ostacolo alla definitiva integrazione degli arabi d’Algeria nella nazione francese fu probabilmente la costante crescita demografica che ne caratterizzò l’intera comunità a cavallo delle due guerre. Se negli anni Venti e Trenta del XX secolo gli islamici erano infatti fra i cinque e i sei milioni, negli anni Cinquanta erano già otto milioni e garantire loro un peso elettorale al pari dei cittadini di origine europea avrebbe inesorabilmente portato questi ultimi a trovarsi in una situazione di netta minoranza. Lo stesso motivo per cui De Gaulle abbandonò l’idea dell’Algeria Francese, oltretutto consapevole che la presenza di una minoranza islamica all’interno della già frammentata Assemblea Nazionale avrebbe favorito la formazione di governi deboli, esposti al ricatto dei più insignificanti, e settari, gruppi parlamentari.
    Oltretutto, nell’immediato secondo dopoguerra, bisogna aggiungere che nessun governo occidentale avrebbe potuto ignorare la minaccia della lunga mano rossa, la quale stava gradualmente guadagnando terreno sfruttando a proprio vantaggio l’instabilità legata al processo di decolonizzazione dell’Africa e dell’Asia. Opporsi strenuamente alle richieste delle popolazioni locali, avrebbe potuto offrire al blocco sovietico nuovi alleati. Nel caso specifico dell’Algeria il quadro veniva ulteriormente complicato dalla popolarità di cui il Partito Comunista godeva fra i coloni, il cui tenore di vita, fatta eccezione per i grandi proprietari terrieri, banchieri e imprenditore, non era poi molto superiore a quello dei vicini arabi.

    Certamente i quadri e i dirigenti dell’F.L.N. poterono contare sulle armi fornite loro dalla Jugoslavia e dalla Cecoslovacchia, ed alle volte adottarono tecniche di guerriglia e di propaganda già sperimentate dai miliziani maoisti, ma il timore, più volte paventato nei saloni
    Scritte inneggianti all’O.A.S.
    appaiono nelle città della Francia

    dell’Eliseo, che la flotta sovietica avrebbe trovato un approdo nella base navale di Mers el Kebir si sarebbe dimostrato privo di fondamento. Oltretutto alle Nazioni Unite, gli Stati Uniti, storicamente una potenza anticoloniale, non dimostravano certo meno simpatia verso le richieste dell’F.L.N. di quanto non fosse loro garantita dall’Unione Sovietica. La diplomazia sovietica si dimostrò anzi piuttosto tiepida nei confronti del nazionalismo arabo in Algeria, molto più attenta a non irritare quello francese.
    Se la Francia, ai ferri corti con le altri grande potenze della N.A.T.O. proprio per la questione Algerina, avesse messo in crisi il Patto Atlantico, l’Armata Rossa ne avrebbe sicuramente tratto vantaggio. In effetti raramente, quanto negli anni Cinquanta, i rapporti fra la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti raggiunsero un tale livello di tensione. Il picco venne raggiunto quando nel sottosuolo algerino venne rilevata la presenta di giacimenti petroliferi, peraltro modesti se confrontati alle enormi riserve di gas naturali disponibili nell’intera regione, e i vari governi francesi che si succedettero in quegli anni ne approfittarono per accusare gli Stati Uniti, così come la Gran Bretagna, di sostenere il disimpegno francese in Algeria per potersi impossessare delle sue fonti energetiche.

    In realtà furono le compagnie francesi a trarre un enorme profitto dai rinvenimenti, fra l’altro godendo di privilegi mantenuti anche negli anni successivi all’indipendenza algerina, ma il refrain della propaganda si dimostrò tanto efficace da esser sopravvissuto alle necessità del caso per riproporsi, fino ai giorni nostri, ogniqualvolta la politica estera americana e britannica si trovi coinvolta in Nord Africa o in Medio Oriente. Lontano dalle lussuose sedi dell’O.N.U. di Ginevra e New York, così come dai salotti della diplomazia internazionale, la questione algerina esplose però, in tutta la sua violenza, il primo novembre del 1954, in quella che altrimenti sarebbe stata una tranquilla giornata autunnale.
    L’insurrezione era stata preparata a lungo e dettagliatamente. In seguito agli incidenti di Sétif, la protesta islamica si era gradualmente assopita, ma solo agli occhi degli osservatori più superficiali. In realtà il rancore verso la presenza europea covava nel cuore di molti, soprattutto fra i militari che avevano servito la Francia contro i Tedeschi e in Indocina e non avevano trovato un adeguato riconoscimento dal governo parigino. Oltretutto la sconfitta di Dien Bien Phu, dalla quale le fortune francesi in Estremo Oriente vennero definitivamente compromesse, aveva contribuito ad animare lo spirito di rivalsa degli arabi infrangendo il mito dell’imbattibilità europea. Il Fronte di Liberazione Nazionale, costituitosi intorno alla bandiera indipendentista e animato dal più radicale spirito panarabo, aveva da tempo accumulato un modesto arsenale nelle grotte dell’entroterra algerino.

    In parte grazie al materiale bellico abbandonato dagli Alleati dopo lo sbarco ad Orano nel 1942, in parte racimolato con espedienti ancor più fortunosi. Per meglio organizzare l’azione e la struttura delle bande armate, i rivoluzionari avevano suddiviso l’Algeria in sei regioni, ma si era anche deciso che si sarebbero risparmiate le vittime innocenti. Intenzioni disattese fin dal principio. Non erano passate che poche ore da quando Radio Cairo, l’emittente che nell’Africa del Nord diffondeva il verbo del nazionalismo arabo, aveva diffuso il proclama ufficiale dell’F.L.N., in cui si parlava di un’Algeria indipendente e dell’insurrezione generale contro l’autorità francese, che le prime vittime civili caddero nelle mani degli islamici.
    Piccoli obiettivi militari erano già stati colpiti nella notte, a Biskra, una località di secondaria importanza, due agenti di polizia erano stati uccisi dal fuoco dei guerriglieri, a T’kout, un avamposto piuttosto isolato, i pochi europei presenti si erano di fatti trovati sotto assedio, altrove erano stati sabotati i pali del telegrafo o le bombe avevano colpito le proprietà dei grand colon, i pied noir più in vista, a capo di piccoli imperi in grado di controllare l’economia algerina. Verso le sette del mattino, nei pressi di Biskra, fu però la volta dei passeggeri di un autobus di linea. Fra questi un caid che si era sdegnosamente rifiutato di appoggiare l’F.L.N. Il veicolo era stato preso d’assalto in una zona poco abitata e per gli occupanti non c’era stato scampo. A fianco al cadavere del caid, vennero ritrovate le spoglie di una coppia di giovani europei, corrispondenti al nome di Guy Monnerot e della sua signora.

    Avevano poco più di vent’anni, e si erano stabiliti in Algeria sostenuti da forti convinzioni liberali. Convinti della necessità di offrire alla popolazione islamica lo stesso sistema scolastico di cui godevano i figli dei coloni, ricoprivano il ruolo di insegnanti in una regione
    Vecchia foto di una spiaggia
    algerina riservata ai francesi

    ancora estranea alla massiccia penetrazione europea. Obiettivo dell’F.L.N. era quello di creare un muro invalicabile fra la popolazione di origine europea e quella di fede islamica, ed era dunque loro obiettivo colpire quegli esponenti di entrambe le comunità che più facilmente avrebbero permesso l’integrazione dei musulmani d’Algeria con il resto della Francia. Una strada che nel tempo si sarebbe dimostrata vittoriosa, almeno per i loro scopi, ma nei primi giorni della guerra gli obiettivi erano ancora confusi e gli avvenimenti del 30 ottobre non ricevettero che scarsa attenzione sulla stampa nazionale.
    Le Monde non dedicò alla notizia che un breve trafiletto, più argomentato fu l’articolo comparso su L’Humanité, che riduceva l’azione dell’F.L.N. ad attacchi terroristici. A Parigi, il governo di Mendés France, costituitosi pochi mesi prima sull’onda emotiva di Dien Bien Phu e appoggiato da una coalizione di sinistra, non sottostimò invece il problema che si stava delineando all’orizzonte e predispose una serie di contromisure sul piano della sicurezza. Francois Mitterand, all’epoca ministro degli Interni, garantì l’impiego di reparti paracadutisti, cui già si era ampiamente ricorso durante la guerra d’Indocina, mentre il presidente del Consiglio tentava disperatamente di imporre all’Assemblea Nazionale alcune concessioni alla comunità islamica.

    Nessuno, nei primi anni del conflitto e almeno fino all’ascesa al potere di De Gaulle, mise però mai in dubbio che l’Algeria avrebbe potuto ottenere la propria indipendenza. Per lo stesso Mitterand quella terra, pur affacciandosi sull’altra sponda del Mediterraneo, costituiva parte integrante del suolo francese, e come tale doveva essere preservata da ogni ambizione secessionista. Nel contempo alcuni episodi apparentemente insignificanti avrebbero potuto rivelare l’importanza storica delle prime sommosse. Alcuni veterani della Legione Straniera ricordano nei propri diari come i tradizionali pregiudizi dei civili nei loro confronti stessero lentamente mutando.
    Il chepì bianco non era più associato alle risse di una gioventù intemperante, arruolatasi per spirito di avventura e incapacità di assimilarsi alla vita borghese, ma, per i pied noir divenne uno dei rari punti di riferimento per la propria sicurezza. Nel 1955, mentre gli attacchi dell’F.L.N. provocavano di giorno in giorno nuove vittime, il governo francese sembrava dover assistere impotente al massacro dei propri uomini. Mendes-France, persa la fiducia in Léonard, il mediocre governatore generale dei tre dipartimenti algerini, decise di affidare il delicato incarico a Jacques Soustelle, un non più tanto giovane umanista che avrebbe dovuto cercare una soluzione attraverso riforme di carattere sociale ed economico. Soustelle, proveniente da una modesta famiglia operaia di Montpellier, ma non privo della migliore formazione che potesse fornire l’accademia francese, conservò la propria posizione per circa un anno.

    Sotto il profilo militare i suoi successi furono limitati, ma la costituzione delle Sections Amdministratives Specialisées si rivelò una delle scelte più efficaci adottate dall’amministrazione francese durante il corso del conflitto. Le S.A.S. erano composte da personale specializzato, formato con l’obiettivo di garantire alle comunità islamiche più arretrate e irraggiungibili i benefici della presenza europea, soprattutto a livello di istruzione scolastica e di assistenza sanitaria. La decisione portò a indubbi risultati se in breve tempo l’F.L.N. scatenò una violenta campagna contro i membri delle S.A.S., le quali pagarono un alto tributo di sangue al processo di indipendenza dell’Algeria.
    Il nazionalismo arabo avrebbe infatti trovato un valido avversario alle proprie idee in tutte quelle iniziative che avrebbero potuto guadagnare alla Francia le simpatie della popolazione indigena. Di pari passo alle riforme di Soustelle, una giovane etnologa dal nome di Germaine Tillione guidò l’istituzione di alcuni centre socieaux, centri di aggregazione per avvicinare le due grandi comunità algerine con scopi non dissimili da quelli delle S.A.S. Un ultimo tentativo di porre fine all’ormai incessante massacro venne compiuto da Albert Camus, uno dei più grandi scrittori francesi del XX secolo, premio Nobel per la letteratura nel 1957 e fra i figli più illustri dell’Algeria Francese. Nato nel villaggio di Mondovì, il 7 novembre del 1913 da una modesta famiglia di coloni, si illuse all’idea che un appello rivolto a entrambe le parti contendenti sarebbe stato sufficiente a trovare una soluzione pacifica al conflitto.

    In realtà non ottenne altro risultato che suscitare l’ostilità sia della sinistra francese, dell’F.L.N. e la diffidenza di latri pied noir, la cui stessa sopravvivenza veniva minacciata dalla guerriglia panaraba. Il 20 agosto del 1955, un’insurrezione popolare organizzata dall’F.L.N. causò il massacro di 123 civili, di cui 71 europei. Non vennero risparmiati né le donne
    Lo scrittore Albert Camus

    né i bambini. La rappresaglia francese fu spietata, e i membri dell’F.L.N. furono braccati a migliaia. Del resto ogni arabo avrebbe potuto vestire, per i coloni, i panni del carnefice. Emblematico l’episodio di uno scolaro di origine europea assassinato dai suoi compagni di giochi di fede islamica. Costoro giustificarono la scelta della propria vittima, essendo l’unico ad essersi fidato a inoltrarsi con loro in aperta campagna.
    In una simile situazione non è dunque insolito che le autorità francesi fossero spinte ad accettare la tesi della responsabilità collettiva, nonostante i rastrellamenti indiscriminati non avessero altro effetto di conquistare nuovi nemici al tricolore. Esattamente come previsto dagli alti dirigenti dell’F.L.N. Nella trappola cadde lo stesso Soustelle che, indignato dallo spargimento di sangue di Philippeville, abbandonò le posizioni liberali che ne avevano contraddistinto fino a quel momento il governatorato, scegliendo la repressione. Non servì a molto, e, nei primi mesi del 1956 venne sostituito dal settantunenne Generale Catroux, lo stesso che, durante la Guerra, aveva ricoperto il ruolo di Commissario Generale di Algeri. Anche a Parigi la scena politica era mutata.

    Mendès-France era stato trascinato nella polvere dall’insuccesso sulla scena algerina e, dopo l’inutile tentativo da parte di Edgard Faure di costituire un nuovo esecutivo su una stabile maggioranza, lo scomodo dovere di comparire alla guida del governo francese cadde nelle mani di Guy Mollet. Quest’ultimo, segretario generale del Partito Socialista, mantenne nel proprio entourage sia Mendès-France che Mitterand, ma doveva tener conto anche della nuova realtà presente all’Assemblea Nazionale. Dove erano stati eletti cinquantadue deputati comunisti e altrettanti seggi aveva guadagnato la destra populista di Pierre Poujade, un protagonista fino ad allora sconosciuto alla scena politica, che trovava la propria forza nel sostegno della piccola borghesia e nelle frustrazioni dei pied noir.
    Nel frattempo l’F.L.N., ai cui seguaci viene inutilmente data la caccia dalle truppe francesi, consolida la propria organizzazione. Dall’Egitto, il regime nazionalista di Nasser offre i propri aiuti, mentre in territorio algerino si verificano le prime diserzioni dei militari di fede islamica. Un fenomeno relativamente marginale, ricordando che alla causa francese, durante l’intero conflitto, furono migliaia gli islamici che donarono la propria vita, ma nel corso del 1956 e del 1957 particolarmente preoccupante e in costante crescita. Nel 1955 l’F.L.N. aveva inoltre guadagnato il supporto di Ferrhat Abbas, un arabo di buona cultura, il quale era stato precedentemente riconosciuto come una figura moderata all’interno del nazionalismo arabo.

    La guerriglia islamica getta le proprie basi perfino sul territorio metropolitano, imponendo agli immigrati algerini, in larga parte operai, esosi tributi. Spesso riscossi con metodi non differenti da quelli praticati dalle organizzazioni mafiosi. Agli islamici d’Algeria, sia sul territorio metropolitano che nella madre patria, poteva costare caro dimostrare qualsiasi simpatia per il tricolore. A due anni dall’inizio del conflitto, gli attacchi dell’F.L.N. avevano infatti provocato la morte di 1.035 europei, ma anche di 6.352 arabi. Non tutti i leader della rivolta islamica potevano del resto vantare un rispettabile passato come quello di Abbas. Ne è un esempio la figura di Mohamed Said, comandante delle truppe indipendentiste stanziate in Kabylia.
    Un soldato abile, ma feroce, arruolatosi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nella legione islamica delle S. S. guidate dal filonazista Mufti di Gerusalemme, di nuovo in Algeria nel 1943 come agente dell’Abwehr, catturato dagli alleati venne condannato all’ergastolo, ma, amnistiato, nel 1952 aveva rivisto la libertà. Ed ora aveva ripreso la lotta contro il nemico francese, continuando a farsi ritrarre con indosso un vecchio elmetto della Wehrmacht. Nel frattempo anche Catroux si era dimostrato un uomo inadatto a ricoprire la carica di governatore generale dell’Algeria. Lo scontento cresceva gradualmente fra i pied noir, i quali avevano ormai individuato in Joseph Ortiz un leader naturale. Emerso dal nulla, come Poujade, Ortiz era un ristoratore dalla parlantina vivace e con una visione piuttosto semplicistica della politica, che riduceva essenzialmente il mondo nei sostenitori dei coloni e nei loro nemici.

    Ma in breve tempo fu in grado di raccogliere intorno a se gli esponenti più caparbi della comunità europea. Fu durante la visita in Algeria di Mollet, nel febbraio del 1956, che Ortiz
    Un manifesto chiede la pace
    fra algerini e francesi

    dimostrò la forza dei suoi sostenitori costringendo il presidente del consiglio francese a spingere Catroux alle dimissioni. Gli succedette Robert Lacoste, un veterano che aveva ricevuto il battesimo del fuoco fra le trincee della Grande Guerra e si era distinto nella lotta al nazional socialismo. Più abile di Catroux, questi si dedicò immediatamente a una nuova serie di riforme, nel tentativo di conciliare il desiderio degli arabi di essere rappresentati equamente con le preoccupazioni della comunità europea, afflitta dal timore di venire schiacciata dal numero degli islamici.
    Ogni apertura alle popolazioni indigene venne però osteggiata tanto tenacemente dai coloni da risultare vana e poter essere applicata solo parzialmente. Il 1956 fu anche l’anno in cui Mollet, nel tentativo di recuperare il favore dei britannici, acconsentì a coinvolgere la Francia nel raid contro l’Egitto di Nasser, il quale con un colpo di mano aveva estromesso gli europei dalla gestione del Canale di Suez nazionalizzandolo. La spedizione fallì clamorosamente, nonostante l’iniziale successo militare dei paracadutisti francesi, lasciando al nemico prezioso materiale bellico che si sarebbe più tardi reso disponibile all’F.L.N. Altrettanto deleterio per la causa francese fu l’inizio dell’impiego massiccio di soldati di leva per le operazioni di pacificazione in territorio algerino.

    Una scelta che avrebbe acuito il peso del mantenimento dei dipartimenti d’oltremare sulla popolazione della Francia metropolitana, oltretutto creando seri problemi alla ripresa economica privando l’industria della manodopera di un’intera generazione di riservisti. I coscritti erano inoltre privi dell’esperienza dei veterani, e, come avvenne nel villaggio di Palestro, dove un’intera colonna si fece sorprendere dalle milizie dell’F.L.N. subendo gravi perdite, non sempre dimostravano la preparazione necessaria a respingere il fuoco nemico. Ancor più grave era l’attenzione che il nazionalismo arabo rivolgeva ai grandi centri urbani, abitati in prevalenza da europei, soprattutto Algeri.
    La principale città di tutto il Nord Africa, dove i pied noir avevano eretto una propria cattedrale e lo stato francese aveva istituito un’università, venne presa di mira da una serie di furiosi attacchi terroristici. Spesso le bombe venivano trasportate sul luogo dell’attentato da ragazze islamiche vestite alla maniera occidentale per non destare sospetti. Oppure nascondendo gli ordigni sotto le lunghe vesti imposte dalla tradizione. Fatto sta che nella casbah di Algeri l’F.L.N. aveva ormai affondato le proprie radici. Disponeva di un’ampia cerchia di sostenitori, di depositi di munizioni e perfino di improvvisate fabbriche di armi. L’intelligence francese, che nel corso dell’intero conflitto raramente si fece cogliere di sorpresa, forte di un’efficace opera di infiltrazione nelle linee ribelli, era al corrente della pericolosità della situazione, ma furono i continui scioperi e manifestazioni indetti dagli arabi a fornire il pretesto per dichiarare lo stato d’assedio e l’intervento dei militari.

    Il 7 gennaio del 1957 ad Algeri venne dichiarato il coprifuoco e il decimo reggimento di paracadutisti agli ordini del generale Jacques Massu, il comandante della spedizione in Egitto, uno dei più energici e sanguigni leader militari francesi dell’intero conflitto, prese di fatto il controllo della città. La quale fu suddivisa in quattro zone per facilitare le operazioni di rastrellamento che sarebbero seguite. Stretti nella morsa dei militari, i nazionalisti arabi si ritrovarono bloccati
    De Gaulle in Algeria da amico
    dopo la fine della guerra

    nella casbah, di fatto trasformata in un’unica grande trappola da cui era impossibile fuggire. Gli organici dell’F.L.N. erano da tempo noti all’intelligence inglese e, in pochi giorni, migliaia di sospetti vennero catturati dai paracadutisti e dalle altre unità militari.
    Furono i tragici giorni della battaglia di Algeri, ricostruita fedelmente da Gillo Pontecorvo nell’omonima pellicola del 1965, dove la parte del leader del movimento clandestino islamico nella capitale nordafricana venne affidato a Saadi Yacef, nel ruolo di se stesso. Yacef riuscì a sfuggire ai francesi, ma tutti gli altri membri della sua organizzazione furono meno fortunati. Lo scontro, da cui i francesi uscirono nettamente vittoriosi, lasciò però un drammatico ricordo nelle coscienze dei militari e della stessa nazione francese. Il trionfo ebbe un prezzo, e fu pagato con il ricorso, sistematico e tollerato dai vertici militari, se non politici, alla tortura. Uno strumento del resto onnipresente nella tragica storia dell’umanità, ma che proprio la nazione francese aveva aborrito rifiutandone l’utilizzo a partire dalla Rivoluzione del 1789.

    Quando trapelarono i dettagli più crudi dei metodi adottati dall’esercito per ristabilire l’ordine ad Algeri, l’opinione pubblica venne scossa profondamente, ma ancor più marcato rimase il segno negli stessi torturatori. Alcuni dei quali, a livello psicologico, ne avrebbero subito le conseguenze per il resto della vita. Nonostante il grave danno all’immagine del tricolore arrecato dall’intervento di Massu ad Algeri, le simpatie della maggioranza della popolazione francese, e forse di una buona fetta di quella araba, si mantennero tutto sommato a favore dell’unità nazionale e della presenza europea in Nord Africa. Yacef non si era dato per vinto e il 9 giugno del 1957 la sua organizzazione riuscì a mettere a segno un nuovo sanguinoso attacco. Il massacro, perpetrato per mezzo di ordigni esplosivi piazzati all’interno del salone da ballo del Casinò di Algeri, provocò nove morti e ottantacinque feriti.
    Era una domenica come molte altre e le vittime erano tutti giovani che avevano deciso di trascorrere il tempo libero con le proprie innamorate. Le immagini della scena del delitto furono sufficienti per molti musulmani a dubitare nell’F.L.N., ormai in crisi in seguito all’energica repressione francese e soprattutto alla sistematica eliminazione dei suoi leader. Abbane Ramdane, uno dei fondatori, era caduto nello stesso periodo in cui Yacef attirava l’attenzione su di se con l’attentato al Casinò e, lungo il confine con la Tunisia, dove gli uomini dell’Armata di Liberazione Nazionale avevano stabilito i propri santuari, era stata completata una lunga linea di fortificazioni e di campi minati allestita per impedire ai guerriglieri arabi di alimentare la rivolta in Algeria.

    A differenza della linea Maginot, la linea Morice si rivelò un’efficace soluzione per i francesi, causa, per l’F.L.N. di gravi lutti e ancor più gravi rovesci militari. La rivolta araba non era però ancora stata definitivamente debellata e il 1958 si rivelò l’anno decisivo per l’andamento del conflitto. Crollato il gabinetto Mollet sotto il peso della disfatta in Egitto e all’andamento della guerra, a Parigi si era instaurato un nuovo governo, di cui lo stesso Mollet era vice-premier. La tensione in Algeria rimaneva alta e sembrava che entrambe le parti contendenti, fatta eccezione per gli irriducibili dell’F.L.N. non desiderassero altro che una soluzione pacifica. Il 26 aprile più di 30.000 persone si radunarono nei pressi del monumento ai caduti di Algeri, intonando la Marsigliese e giurando di preservare l’unità della nazione francese.
    Fra di essi, a fianco degli europei, una nutrita schiera di musulmani. Pochi giorni dopo, con un colpo di mano, era il 13 maggio, i militari francesi decisero di accogliere l’appello popolare e, seguendo una tradizione propria della peggiore politica sudamericana, spinsero il presidente del consiglio Pierre Pflimlin alle dimissioni. Un vero e proprio colpo di stato, cui, alla presa del potere ad Algeri, alla quale diede un sostanziale contributo anche la popolazione civile, seguì l’occupazione della Corsica, e, a Parigi, l’intervento dei paracadutisti. Uomini come Massu, a capo del Comitato di Salute Pubblica, rivolsero un appello a De Gaulle, da tempo lontano dalla vita politica, perché prendesse le redini della situazione e riportasse la calma in tutto il paese. Per quanto restio ai metodi utilizzati, De Gaulle si rese disponibile a ritornare al potere e il 4 giugno, capo di stato della nuova Repubblica, l’antico combattente della Francia Libera rendeva il proprio omaggio ai distretti nordafricani recandosi in visita ufficiale ad Algeri.

    Lo accolse un bagno di folla, che premiò con il più sibillino dei discorsi “Je vous ai compris”, vi ho compreso. Una frase tuttora nella mente dei pied noir in esilio. In realtà De Gaulle si era già probabilmente reso conto che gli islamici d’Algeria non sarebbero mai potuti
    Ferhat Abbas

    essere assimilati alla Francia metropolitana e che la presenza del tricolore sull’altra sponda del Mediterraneo sarebbe stata soltanto causa di ingovernabilità e di un pesante deficit per assorbire le spese di un conflitto interminabile. Affidandosi al genio strategico del generale Challe, le cui unità aviotrasportate sembrarono per la prima volta affliggere seriamente qualsiasi tentativo di resistenza da parte dell’F.L.N., il premier francese si rivolse all’intera popolazione algerina cercando di trovare un accordo con gli stessi leader dell’insurrezione.
    I quali, protetti dalla Lega araba al Cairo e determinati, nonostante i rovesci subiti, a ottenere una vittoria senza condizione, erano poco propensi ad accettare un’Algeria indipendente associata alla Francia. De Gaulle, per la prima volta dal 1830, era riuscito ad imporre ai pied noir le riforme da tempo acclamate dalla maggioranza islamica, primi fra tutti pari diritti a quelli goduti dalla comunità europea in materia elettorale e lo stanziamento di fondi per la pronta realizzazione di scuole, ospedali e nuove aree coltivabili a favore della popolazione autoctona.

    I pied noir iniziavano però a dimostrarsi, ancora una volta, diffidenti, e Massu dovette essere allontanato dall’Algeria per le proprie intemperanze. Il 24 gennaio del 1960, gli europei di Algeri eressero le prime barricate, i coloni non erano più capaci di nascondere il proprio sentimento e la polizia ricevette l’ordine di aprire il fuoco. La Francia era sull’orlo della guerra civile e cittadini di fede cristiana avevano ucciso altri cristiani. L’insurrezione venne soffocata nel sangue, e Challe, che non aveva nascosto le proprie simpatie per i rivoltosi europei, subì una sorte analoga a quella di Massu. De Gaulle si trovava ora in un’impasse molto pericolosa e sentiva la necessità di chiudere al più presto i negoziati con il nemico. Fra il 25 e il 29 giugno, a Melun, furono aperti i primi negoziati con i leader dell’F.L.N., ora a capo del Governo Provvisorio della Repubblica d’Algeria.
    L’Algeria algerina sembrava ormai l’unica soluzione possibile, ma i pied noir continuavano temerariamente a sognare un’Algeria francese o, alla peggio, una nazione indipendente governata dall’apartheid sulle orme dell’esperienza sudafricana. Il 23 novembre del 1960 De Gaulle si recò nuovamente in Algeria, ma questa volta erano solo gli arabi, e pochi, ad avvicinarsi al carismatico generale per stringergli la mano. Il 4 dicembre, il generale Salan, fra gli autori del colpo di mano che aveva portato al potere De Gaulle ed ora fra i suoi più accaniti oppositori scelse la fuga verso la Spagna. Fallito un nuovo tentativo di colpo di stato da parte dei militari, messo in atto fra il 22 e il 26 aprile del 1961, ma infrantosi contro l’autorevolezza del padre della Francia Libera, nel mese di maggio dello stesso anno entrava in scena sul territorio algerino un nuovo terribile protagonista.

    L’Organization Armeé Secrete era stata fondata a Madrid nei primi di gennaio da esponenti di primo piano dell’esercito francese, fra cui lo stesso Salan, e uomini politici vicini alle richieste dei pied noir. Era l’estremo, disperato tentativo della comunità europea d’Algeria di imporre una soluzione che ne garantisse la sopravvivenza. In realtà, i crimini dell’O.A.S. costituirono la causa principale del disinteressamento della Francia metropolitana verso le sorti dei coloni nell’eventualità della costituzione di un’Algeria definitivamente affrancata da Parigi, così come ostacolarono qualsiasi compromesso fra la comunità europea e quella islamica.
    Rea di decine di attentati sanguinari, compiuti con lo scopo di rendere impraticabile qualsiasi soluzione alternativa al massiccio impegno militare francese in Nord Africa, il destino dell’O.A.S. era già segnato. Il 18 marzo del 1962, a Evian, dopo lunghi negoziati, venne siglato il cessate il fuoco fra l’F.L.N. e la Repubblica Francese, sulle basi di un’Algeria indipendente. Parigi non ottenne che scarse garanzie sulla possibilità di mantenere, solo per pochi anni, la base militare di Mers el Kebir, e sullo sfruttamento delle risorse energetiche naturali del paese. Allo stesso modo i francesi si impegnavano di versare, negli anni immediatamente successivi alla pace, un generoso contributo per realizzare l’imponente programma di edilizia scolastica e di bonifica agraria intrapreso da De Gaulle.

    Per la Francia metropolitana si concluse la più drammatica delle pagine dalla fine dell’occupazione tedesca, ma per i pied noir e per gli islamici che nel corso del conflitto avevano combattuto a fianco degli europei si prospettava un triste avvenire. Nei giorni che seguirono la data dell’armistizio migliaia di coloni vennero trucidati nel centro di Orano, che fino a pochi mesi prima contava circa 250.000 abitanti di origine europea. Molto più numerose furono le vittime fra gli harki. Costoro erano i fedeli soldati algerini che avevano combattuto nelle file francesi e, seppur per breve tempo, avevano consentito di arginare l’offensiva dell’F.L.N.
    Del tutto abbandonati da Parigi, si conta che circa in 150.000 vennero brutalmente assassinati, sacrificati dalla politica allo spirito di vendetta dei guerriglieri. Solo una minima parte di essi riuscì a trovare rifugio in Francia. Non che i parigini ebbero maggiore riguardo dei coloni. Furono 1.380.000 i profughi che abbandonarono l’Algeria nei giorni dell’indipendenza, ma ognuno dovette provvedere personalmente a quella che, in pratica, divenne una vera e propria fuga. I più dovettero lasciare dietro di se i beni guadagnati in una vita di sacrifici, se non attraverso il lavoro di generazioni. Nel novero dei profughi dovettero inspiegabilmente trovare posto anche gli oltre centomila membri della comunità ebraica. Fin dai primi mesi dell’insurrezione, questi ultimi avevano offerto il proprio sostegno alla causa dell’indipendenza, e la loro presenza in Nord Africa poteva persino considerarsi più remota di quanto non fosse quella islamica, ma il nazionalismo pan-arabo non concesse sconti.

    BIBLIOGRAFIA
    A Savage War of Peace, Algeria 1954-1962, di Alistair Horne – PAN Books, Londra 2002
    Guerre et Réevolution d’Algéerie, di Ferhat Abbas – Parigi 1962
    Acutelles III Chroniques algériennes 1939-1958 – di Albert Camus, Parigi 1958
    Mémoires d’espoir. Le renouveau 1958-1962, di Charles de Gaulle – Parigi 1972

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